
Mi sentivo come una pallina da pingpong in balia degli eventi, stordito dal frastuono dei chilometri, dei volti che avevo incontrato, delle voci che mi parlavano e non avevano nulla di familiare: ricordo questo come il periodo più difficile della mia vita, vedevo compagni che si arrendevano e tornavano a casa ma io ero deciso a continuare, anche da solo! Ero costretto a organizzarmi ancora, per l’ennesima volta, quindi continuai a lavorare per cercare di accumulare soldi più che potevo. Finalmente riuscivo a lasciare quel posto per niente ospitale ma restava la parte difficile: il deserto. Con il resto del gruppo che con me aveva in comune la voglia di lasciare l’Algeria, ci ritrovammo a partire con un Hammer blindato, dello stesso colore della sabbia; eravamo ammassati come un carico di bestiame, la temperatura era altissima e si rischiava di svenire continuamente. All’aria così secca e torrida si aggiungeva il puzzo delle taniche di benzina che i trafficanti erano costretti a portare sempre dietro per paura di rimanere senza carburante. Arrivato a quel punto non potevo arrendermi: giocavo a scacchi con la morte, volevo e dovevo vincere io!

